
“BASTA LAME, BASTA INFAMI”: 1995-2026, a che punto siamo nella prevenzione della violenza negli stadi?
Il 29 gennaio 1995, fuori dallo stadio Luigi Ferraris, la vita di Vincenzo Spagnolo (Claudio) veniva spezzata da una coltellata a sangue freddo in pieno cuore.
Da quel tragico evento, il 5 febbraio 1995, per volontà di una gran parte di ultras presenti al primo raduno nazionale ultras — e per mano di una delegazione di ultrà bergamaschi che spinsero per un comunicato “congiunto” — veniva stilato un proclama, meglio noto come il “manifesto” degli ultras. Sintetizzato al massimo il messaggio finale era il seguente: “Basta lame, basta infami”.

Quel raduno doveva essere un giuramento vero e proprio, una parola d’ordine data tra uomini d’onore (così amano definirsi gli ultrà) un impegno solenne preso da chi conta davvero nel mondo del tifo violento (i capi storici delle varie curve) a non aggredire mai più il prossimo con l’uso delle armi, ma non solo: il “maniifesto” prendeva posizione attaccando duramente i vigliacchi (coloro che colpiscono colpendo in più persone chi si trovi a terra).
Inoltre condannava le aggressioni verso “civili” (i non ultras, i tifosi, il pubblico indifeso, le famiglie, come donne e bambini) a non ingaggiare mai più aggressioni 10 contro 1. Prima regola di tutte le regole era quella di rispettare la vita altrui, dire no alle “lame” e alle armi.
L’utopia delle regole di “ingaggio”. Cos’è davvero cambiato?
Nulla, anzi. Le cose sono peggiorate. Ci sono stati tantissimi altri morti e, nonostante una lunga serie di provvedimenti preventivi antiviolenza sia stata messa a punto dalle istituzioni, gli ultras si sono radicalizzati con comportamenti ancora più lontani dai codici promossi e dalla mentalità ultrà tanto decantata dai puristi del movimento, ma che poi in termini pratici hanno annullato le buone intenzioni unite alle promesse fatte nel loro manifesto.
A distanza di 31 anni il comunicato del 5 febbraio 1995 in versione integrale per mettere in luce come in questo trentennio l’impegno degli ultrà non sia mai stato preso sul serio da alcuna tifoseria, nemmeno dagli ultrà genoani che, nonostante si siano visti in passato “vittime” dirette di simili aggressioni (come nel caso di Spagnolo), non hanno dismesso l’uso di queste, accoltellando 2 tifosi della Sampdoria durante la festa per la promozione nel giugno del 2012, come riporta “La Repubblica”. Ecco l’articolo:
Torna in cella M.M., il ventiduenne tifoso del Genoa e membro di spicco del gruppo “Ideale Ultra” che la sera del 9 giugno del 2012, durante i festeggiamenti per la promozione in serie A della Sampdoria, tese un agguato a colpi di coltellate ad alcuni tifosi blucerchiati del gruppo Irish Clan in via Geirato a Molassana. M. è stato incarcerato perché la condanna per tentato omicidio, rissa, lesioni e porto abusivo di armi a 7 anni e due mesi di reclusione è diventata definitiva.
La violenza ultras conosce la vendetta. Sempre La Repubblica farebbe risalire a una vendetta il lancio di due molotov per vendicare l’accoltellamento sopra:
Due molotov sono state lanciate contro la saracinesca del club “Ideale Ultras”, il gruppo di tifosi genoani dal quale provengono i sospettati dell’aggressione a cinque sampdoriani in festa per il ritorno in Serie A. Gli inquirenti ritengono che non si tratti solo di un raid vandalico. Il club si trova nel quartiere di Marassi. Oltre alle molotov, una delle quali non è esplosa, è stata tracciata con uno spray nero la scritta ‘infami’ sulla saracinesca.
Ecco sotto il comunicato unificato ultras del 5 febbraio 1995:

BASTA LAME, BASTA INFAMI!
Domenica Vincenzo Spagnolo, un ultrà del Genoa [nda: un tifoso], è morto. L’ennesimo assurdo agguato ci fa dire basta. Basta con questi che ultrà non sono [nda: finti ultrà] che cercano a spese del mondo ultrà di fare notizia, di diventare grandi ignorando il male fatto (come in questo caso irreparabile).
Basta con la moda dei 20 contro 2 o 3 o di molotov e coltelli [nda: fatti che mai si sono fermati; anzi, come nel caso di Ciro Esposito, entrano nel conflitto anche le pistole].
Ultrà: alla ripresa del campionato ci aspetta un altro periodo durissimo, la polizia ora ha carta bianca, gli unici che davvero ci rimetteranno saremo noi che con questi vili comportamenti non abbiamo nulla a che spartire [nda: l’attenzione si sposta sul timore delle conseguenze, e non sulla vita del giovane tifoso].
Ora, se vivere ultrà è davvero un modo di vivere, tiriamo fuori le palle. Se altre volte ci siamo girati, pensando che in fondo erano problemi altrui, ora gridiamo basta.
L’alternativa non c’è? [nda: l’alternativa c’era, poiché molti ultrà al raduno avevano proposto di ritirare gli striscioni e porre fine ai conflitti].
Ci troveremo poliziotti che aspettano solo di vederci finiti e questi luridi infami, fregandosene di tutto e di tutti, continueranno con i loro agguati dove non serve nemmeno essere coraggiosi [nda: la routine ordinaria conferma che questa modalità invece, quella degli agguati con armi, è la regola].
Uniamoci contro chi vuol far morire tutto il mondo ultrà, un mondo libero e vero pur con tutte le sue contraddizioni [nda: infine il proclama è la difesa del mondo ultras dalle conseguenze legali, facendo sparire completamente il vergognoso atto dell’uccisione e il dispiacere per la morte di Vincenzo Spagnolo].
Il raduno nazionale ultras di Genova fu un’occasione perduta per la PAX ULTRAS? Assolutamente sì, lo dimostra l’escalation di violenza.
La pax ultrà era durata pochissimo. Dopo il meeting e la sottoscrizione di quel comunicato, la settimana successiva, il 12 febbraio 1995, con la ripresa del campionato, “La Repubblica” (Archivio Storico ed. 13 febbraio 1995) riporta il seguente titolo: “Ancora lame e violenza fuori dall’Olimpico”. L’articolo si riferisce alla partita Roma-Inter, durante la quale si riscontrano diverse aggressioni con armi e diverse persone accoltellate. Il messaggio era chiaro; alcune aree ultras politicizzate non avevano la minima intenzione di aderire a quel comunicato, non trovandolo espressione della loro “mentalità”. Ancora un articolo de La Repubblica del 13 febbraio 1995 “Viaggio con gli Ultrà non tutti sono pentiti” sottolinea come la Vecchia guardia dei Drughi e L’Area Bianconera (Juventus) sono senza rimorsi. Questi gruppi non parteciparano nemmeno al raduno di Genova.
L’“editto” di Genova: I Bravi & i Cattivi Ragazzi: “doveva essere un impegno civile valido per tutti per dire basta alla violenza, e non solo basta alle lame…
L’“editto” di Genova — si perdoni il sarcasmo — doveva essere innanzitutto un impegno civile da parte di tutti gli ultrà italiani e invece per la maggiorparte dei gruppi organizzati diventava uno spot per apparire “bravi” e cercare una assoluzione mediatica con l’intenzione di marcare una differenza semiotica tra “NOI” BRAVI (ortodossi e puristi della mentalità ultrà) e LORO CATTIVI (gli altri diversi e cani sciolti) che per definizione non sono degni di essere chiamati ultrà (come recita il comunicato)

Il Raduno ultras, a cui avevano partecipato gli stessi romanisti presso la Sala Garibaldi di Genova non era servito proprio a nulla. I fatti di Roma – come vedremo – erano solo un modo chiaro per sciogliere “la promessa” e gli impegni presi nel comunicato “Basta lame, basta infami”. Ecco l’articolo:
Nonostante le iniziative di pacificazione dentro il terreno di gioco [nda: promosse dalle rispettive società di calcio], all’esterno dello stadio Olimpico nei pressi di Ponte Milvio e del Foro Italico si sono verificati tafferugli e agguati tra gruppi ultrà. La cronaca riporta il bilancio dei feriti per arma da taglio e contusioni nell’ambito delle cariche e degli agguati pre-partita da entrambe le parti.
A una sola settimana di distanza, gli episodi di Roma-Inter vanificavano un comunicato già poco credibile ed attuabile, facendolo apparire come una vera e propria menzogna mediatica diffusa dagli ultrà per salvarsi dalla repressione imminente, che vedeva il varo di ripetuti decreti legge che avrebbero seguito per “bonificare” gli stadi.
Va detto per onestà che non tutti gli ultrà mentirono circa le intenzioni della pax ultras e di un possibile cambiamento – benché utopico – della mentalità ultras.
Almeno nelle intenzioni, alcuni ultras credevano che una pax collettiva fosse possibile. Altri, invece, constatando le oggettive condizioni dell’escalation della violenza, decidevano di abbandonare il movimento ultras e gli stadi, decretando via via lo scioglimento di “storici” gruppi ultras. Queste due modalità differenti erano una sorta di strategia preventiva di dissociazione da futuri episodi di violenza che non potevano – pur volendo – essere fermati pur seguendo l’utopia della mentalità ultrà.
Gli accoltellamenti di Roma erano la conferma che il messaggio non fosse stato realmente metabolizzato da una parte di ultrà, che a Roma, a ferite ancora non riemarginate da quanto accaduto a Genova, riducevano il manifesto “Basta lame, basta infami” a pura carta straccia.
Quel sentimento collettivo di Genova, pregno di una volontà di alcuni di dirigersi verso un cambiamento nella modalità di concepire il modo di essere ultras, svaniva e si ricominciava a dare via libera – questa volta senza più destare una condanna da parte degli ultrà – ad agguati e accoltellamenti. Purtroppo questi “standard” di violenza diventavano la regola – anche per le nuove generazioni di ultras – divenendo il metodo privilegiato per affermare l’identità individuale, di gruppo ed incarnare il modus operandi della mentalità ultras.

Esistono o no i veri ultrà? Cosa sono i falsi ultrà? Esiste una lealtà dello scontro e la tanto decantata e idealizzata mentalità ultrà?
Il “manifesto” di Spagnolo, redatto per onorare la memoria di un ragazzo – e non un ultrà – e per scongiurare in futuro la morte di altri come lui (che purtroppo seguiranno negli anni) non aveva trovato riscontro, perchè il messaggio “Basta lame e basta infami” non incarnava “l’ideale” ultras.
Anzi, finiva per essere solo uno slogan dei capi ultrà per etichettare in modo snob “altri” ultraà che ultras non sono (come si legge nel comunicato) In modo del tutto manipolatorio veniva tracciata dai capi storici ultras una supposta (ma in realtà inesistente) differenza: da un lato i “veri ultrà” (uomini d’onore tutti d’un pezzo, ultimo baluardo della cavalleria rusticana con regole di lealtà simili alle narrazioni dell’epica), dall’altro i falsi ultrà (cani sciolti, indegni, infami, senza regole, non meritevoli dell’appellativo ultras).
Ciò che stiamo per dire farà imbestialire alcuni ultras, ma in realtà i falsi ultras non esistono. Ci troviamo dinanzi a membri degli stessi (o di diversi gruppi) che sono a tutti gli effetti ultrà, legati da amicizie reciproche tra diversi gruppi ultras e i vari leader. E questo indipendentemente dalle divisioni interne che possono esserci tra i diversi gruppi ultrà della stessa tifoseria (il caso di Spagnolo Brigate e Brigate II, Gruppo Barbour ne è la dimostrazione concreta).
Gli stessi ultrà, dopo gli episodi dell’accoltellamento di Roma, si trovavano a dover difendere tesi indifendibili; ancora una volta l’utilizzo delle armi faceva venir meno quelle regole dettate da una tanto decantata mentalità ultrà, un “ideale” ultras che esiste solo nella mente di chi la teorizza, ma che nella realtà dei fatti non ha mai trovato concreta applicazione.
Farà arrabbiare molti quanto stiamo per dire, ma di fatto la mentalità ultras non è altro che un’“accroccaglia” di regole “epico-utopiche” trasmesse verbalmente dai vecchi ai giovani cercando di convincerli che lo scontro tra i gruppi ultrà non solo è legittimo, ma è il fondamento stesso dell’essere ultrà. Senza scontro non c’è ultras!
Questa osservazione non ha un carattere di giudizio di valore o denigratorio nei confronti degli ultrà, ma anzi spiega a livello sociologico il loro sistema di norme e valori e ciò in cui credono: la mentalità ultras e la sua memoria storica (come già era stato sottolineato nel 2000 nel libro “Diari di una domenica ultrà”).
Esiste una differenza tra semplici tifosi, tifosi organizzati, e gruppi ultra? Chi sono i promotori dello scontro?
Secondo Raduno di Trento (Mezzolombardo) Anno 1998-99 partecipano circa 40 tifoserie. Intervistiamo Omar Ultras Sezione Brescia:
– Intervistatore: Omar, forse possiamo fare qualcosa tutti insieme per fare in modo che non ci siano più scontri negli stadi…
– Omar: Luca… ci conosciamo… non voglio prenderti in giro. Sono venuto al raduno per rispetto… ma io e noi, la curva del Brescia non cambieremo mai… Violenza è stata, e violenza sarà!
– Intervistatore: Ok Omar, almeno che ci siano delle regole…
– Omar: SI! CHE CI SIA MENTALITA’
Per anni ho sentito persone equiparare – anche un celebre giornalista – gli ultrà a tifosi pacifisti, o ad associazioni di mutuo aiuto che fanno beneficenza, e che per errore, qualche volta fanno pure gli scontri; è un argomento complesso e non può essere liquidato in questo modo, ma nemmeno diluito in questo modo può avere pretese di verità.
Qual è dunque la discriminante tra essere un tifoso semplice (che va alla partita con la famiglia o amici) o essere un tifoso organizzato (che va alla partita con un gruppo di tifosi, ma non appartenenti a gruppi ultras) e infine essere a tutti gli effetti un ultrà, “appartenendo” a un gruppo ultras ben definito? semplicemnte: la mentalità.
L’argomento è stato affrontato articolatamente nel 2000 nel libro su Vincenzo Spagnolo, ma in estrema sintesi la vera discriminante è che l’ultrà ha come valori fondativi e imprescindibili lo scontro, come dimostra l’affermazione di Omar in epigrafe; non cambieremo mai… violenza è stata, e violenza sarà (almeno viva la sincerità).
A differenza dei tifosi semplici o organizzati, l’ultrà non solo accetta lo scontro (lo mette in calcolo) ma promuove il conflitto con gli outgroup (con gruppi esterni). Tra le fila del suo gruppo lo scontro è per tutti un elemento primario di appartenenza al clan.
Questa è la modalità associativa primaria per l’affermazione della propria identità ultras. Attraverso questa modalità afferma la sua ricerca di supremazia individuale e collettiva che serve per rafforzare la partecipazione del singolo al gruppo per fondersi in modo reciproco con l’identità del “clan”.
Talvolta lo scontro è promosso – e rappresenta un valore – anche contro membri dello stesso club calcistico (stessa squadra) come dimostra emblematicamente lo scontro tra ultras genoani della stessa gradinata per questioni di controllo “territoriale”. L’articolo de La Repubblica del 2023 “un conflitto tra esponenti della stessa tifoseria è spesso “un pretesto per imporsi, per opportunità di natura economica”. L’articolo parla dell’aggressione subita dal Nucleo 1893:
“due ore dopo la fine della partita, un centinaio di persone armate di spranghe e mazze, sventolando le cinture per tentare di colpire l’avversario con le “abbondanti” fibbie, si è parata davanti alla sede del circolo nemico, nel tentativo di lavare l’onta subita nel sangue (pesto) degli avversari. (GenovaQuotidiana.com)
La mentalità ultrà di fatto promuove una serie di regole (tra le prime il valore dello scontro) incastrate tra loro in modo meccanicistico in un’apparente coerenza “logica”, mentre di fatto entra in una stridente contraddizione con la realtà pratica e in pura contraddizione logica in tema di scontri, violenze e aggressioni che dovrebbero svogersi all’interno di “certe regole”.
La contraddizione si evince dal fatto che le “belle” regole estetiche dal tono epico scandito dall’ideale ultras (testa a testa, no alle armi, non coinvolgere non ultrà) generano effetti perversi cagionando la morte degli aggrediti addirittura utilizzando armi da fuoco come nel caso di Ciro Esposito, ucciso il 3 maggio 2014, in via di Tor di Quinto a Roma da un ultrà romanista D.D.S.
La Mentalità Ultrà e la dinamica di annullamento e di disumanizzazione dell’altro “player”.
Poco importa se per mano di un pestaggio di 10 contro 1 (come con il Deportivo) o se membri della stessa tifoseria vengono aggrediti in inferiorità numerica o insieme ad altri ultrà di altra tifoseria (come nel caso del Nucleo 1893) ad un certo punto la vendetta prevede anche l’annullamento e la disumanizzazione dell’avversario. Non importa se la vittima conoscerà il legno del randello o dell’asta della bandiera, o se a ferirlo sarà la fredda lama di un “vecchio” amico, o la pistola carica di uno “sconosciuto”, la violenza ultrà che dovrebbe essere “armata” di rispettosa mentalità colpisce alla cieca tradendo le sue stesse regole. No rule!
Colpisce anche se l’aggredito è un bambino di 12 anni con la maglietta della Salernitana, oppure come nel caso di Bari il padre di un minore viene selvaggiamente picchiato davanti al figlio in lacrime, e non sorprende che nonostante le regole della mentalità ultrà vengano accoltelati propri a Genova 2 tifosi comuni della Lazio – e non ultrà – appena usciti da un ristorante. Ecco quanto scrive quotidiano Genova Today nell’articolo del 20 novembre 2020.
Tifoso laziale accoltellato, denunciati 11 ultras genoani
Una vera e propria spedizione finalizzata a rintracciare i tifosi laziali arrivati a Genova per la partita… È quanto accaduto, secondo gli agenti della Digos di Genova, lo scorso 22 febbraio, alla vigilia del match Genoa-Lazio al Ferraris, quando alcuni tifosi genoani hanno aggredito due tifosi laziali… La Digos è risalita a 11 persone tra i 25 e i 52 anni appartenenti a due distinte realtà della tifoseria ultras genoana, il gruppo “Carruggi” e il “5 Rosso”.
Spesso questi episodi di violenza si accompagnano con laconici comunicati (come nel caso di Bari “Noi estranei… esprimiamo una ferma condanna”) ma mai con delle assunzioni di responsabilità o scuse formali, ma soprattuto con un impegno da parte degli ultras di dire basta alla violenza.
Pur macchiandosi di reati che a priori gli ultrà ritengono essere infamanti, la mentalità ultrà non sbaglia mai. Si nutre della sua autocratica coerenza, e da fuori (dagli outgroup) non si fa mai giudicare, né condannare. Solo gli “Ultras Liberi” hanno il diritto di giudicare se stessi e il loro mondo di “regole” proprie, ma mai applicate dai player del tifo violento.
Aggredire, uccidere, devastare, innescando una dinamica di annullamento e di disumanizzazione dell’altro tra aggressori ed aggrediti, se ciò avviene la “colpa” non è mai degli ultras. Il fatto lo ha commesso sempre un altro, “un diverso”, un non ultras, un falso ultrà.
Si intuisce allora che la mentalità ultrà è fatta di un sistema di regole chiuso, un codice ben congegnato dagli stessi ultrà che definiscono la loro “libertà” di scontrarsi secondo le loro regole del gioco. E’ un impianto normativo convincente, autovalidante, autoriforzante dove nessuno deve entrare.
Lo scontro dovrebbe avvenire solo in alcune circostanze, ma di fatto sappiamo che quando accadono episodi fuori dalla mentalità ultras, questi non prendono concretamente le distanze nè allontanano i “devianti” nè intevengono dicendo basta a queste forme di violenza che apparentemente non accettano. In questo modo gli ultras sopravvivono nel loro sistema di valori rinegoziando continuamente queste regole e le modalità, adducendo eccezioni, tollerando i “falsi” ultras, tenendoli alla “larga”, ma non troppo, poichè in qualche modo “servono”.
Tutto ciò che rimane fuori dall mentalità ultras è concepito (in teroria) come “deviazione” dalle norme condivise dal movimento ultras nel suo complesso. Questo fatto in teroria dovrebbe determinare la squalifica e la condanna da parte del loro tribunale interno di chi attua comportamenti vigliacchi come le lame, le aggressoni, le imboscate.
Sappiamo perfettamente che tutto ciò non avviene e la violenza continua a resistere, propagarsi e a radicarsi con sempre minori “regole” diventando sempre più una modalità di sopravvivenza e di coalizzazione del “branco” che si accanisce su prede sempre più facili.
La mentalità ultrà si fonda su delle regole che in principio vietano certi comportamenti, ma alla fine ciò che viene “permesso” attraverso un complesso meccanismo di eccezioni e di squalifica del diverso (finti ultrà) viene tacitamente ed implicitamente accettato e inserito in ciò che invece è possibile, e fattibile in termini di violenza consumata.
La produzione del diverso nella similitudine e la neutralizzazione del senso di responsabilità
Uno dei sistemi meglio congegnati dagli ultras è la produzione del diverso nella similitudine. È l’esatto contrario della “legge dell’amico dell’amico”. Il diverso nella similitudine è il sistema che permette al gruppo ultras di neutralizzare il senso di responsabilità di chi compie un atto violento nei confronti di altri (come lui?).
L’azione viene giudicata da osservatori interni (gli ultrà stessi) che giudicano l’attore e l’azione secondo il loro stesso codice, processando un comportamento (un’aggressione con un coltello, per esempio) come non degno di un vero ultras, e quindi messo in atto da un falso ultras, un non appartenente al loro mondo (è anche vero che nel “falso” ci sia un po’ di vero, e viceversa).
Quando avviene un fatto di cronaca inquietante (e lontano dall’ideale della mentalità ultrà) è come se i veri ultras rifiutassero di aver ucciso i loro avversari, o alterato le regole del gioco, mentre i veri assassini risultano essere sempre visti e definiti come falsi ultras, immolati come capri espiatori (sic!). Com’è possibile uccidere con un coltello? Com’è possibile uccidere con una pistola? Sono comportamenti da “finti” ultrà.
In realtà sia i “falsi ultras” sia i “veri ultras” sono diversi player della medesima “partita” e svolgono ruoli alterni e complementari senza andare mai in reale conflitto..
È purtroppo a seguito di questa logica – di un’ideale e supposta mentalità ultrà – che la gente innocente rimane a terra esangue lasciandoci la “pelle”: così Vincenzo Spagnolo, così Ciro Esposito e tanti altri come loro. Tutti uccisi da falsi ultras, ma uccisi veramente e spessissimo da persone che gli ultrà conoscevano bene e frequentavano in curva e nel tempo libero.
In pratica da quanto fin qui esposto, è acclarato che negli stadi (o nei dintorni) le vittime della violena sono state uccise dagli ultras e da persone che queste conoscevamo e frequentavano. I finti ultras non esistono.
La violenza negli stadi è un’invenzione degli ultras o è sempre esistita?
Dall’analisi appena compiuta, possiamo affermare che, a 31 anni di distanza dalla morte di Vincenzo Spagnolo, il movimento ultras non è mai cambiato. Non è mai stato – nella sostanza – diverso da oggi, nemmeno all’inizio, e ci riferiamo al momento della sua nascita tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70.
I vecchi leader hanno costruito un’apologia, un’ideologia, sul concetto di mentalità ultrà che rappresenta nel mondo marxiano una vera e propria falsa coscienza per manipolare le nuove generazioni di ragazzini ultrà e farle aderire in modo incondizionato alla faida iniziata dai vecchi leader e condotta per decenni di generazione in generazione – come un vero e proprio esercito di riserva – per ben 50 anni.
Che la violenza sia esistita prima dell’arrivo formale degli ultrà nelle curve italiane è un fatto acclarato e fuori ogni ragionevole dubbio. Ma che la sua organizzazione, sistematizzazione, premeditazione siano il marchio di fabbrica apposto dell’aggregazione ultras in una logica è anche questo un fatto incontrovertibile.
Ancora prima della nascita dei gruppi ultras, la violenza si riversava negli stadi – e nelle vie limitrofe – ha sempre segnato il calcio fin dalle sue origini.
Era il 5 luglio 1925 quando, presso la stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova, scoppiarono violentissimi scontri. Dal convoglio dei sostenitori del Bologna vennero esplosi circa venti colpi di pistola verso i tifosi del Genoa. Era il cosiddetto scudetto delle pistole.

Le aggressioni nel mondo del calcio sono sempre state la regola e mai l’eccezione; ma l’elemento di novità è che, con l’arrivo degli ultras, la violenza è stata codificata in “norme”, portando avanti una violenza sistemica, organizzata e pianificata partita dopo partita, dando vita a una routine dello scontro.
La violenza ultrà è stata sospinta dalle azioni violente dei fondatori (i capi ultrà storici) che si ritengono ancor oggi, agli occhi di tutti i tifosi (e in particolare dei giovani ultrà che sognano di diventare come loro) dei veri e propri eponimi semidei, una sorta di santoni della purezza dello scontro.
In realtà “i vecchi” (che hanno 60-70 anni) sono coloro che potrebbero esercitare la loro autorevolezza e influenza per mettere freno a questo bagno di sangue, ma questo non avverrà mai; ciò perché fermerebbe all’istante la loro popolarità e potere estromettendoli da interessi di varia natura.
I vecchi sono coloro che hanno ascendente sui giovani ultras e che hanno iniziato questa faida (si veda il caso di Genova-Milan del 1982 e l’episodio del tradimento) e che l’hanno portata avanti nei decenni attraverso scontri fisici – a mani nude – ma anche con coltelli, pistole, bottiglie incendiarie e ogni arma.
Un altro elemento di novità della violenza praticata dagli ultrà è una maggiore dislocazione degli scontri, che negli anni sono avvenuti sempre più lontano dagli stadi, data la necessità di sfuggire al controllo delle forze dell’ordine e di restringere la forbice temporale in un tempo sempre più ridotto all’azione dello scontro (questo non significa che prima alcuni episodi non accadessero lontano dagli stadi, come si evince nel racconto sopra tra genoani e bolognesi).
L’uso delle armi, la dislocazione dello scontro e l’allargamento esponenziale della rete dei conflitti tra gli ultrà hanno generato conflitti più frequenti tra tifoserie, rapidità nella ricerca del contatto fisico, hanno determinato scontri di maggior intensità e talune volte letali.
Cosa rimane del Primo Raduno Nazionale Ultras di Genova del 1995?
Il raduno di Genova ha mostrato, purtroppo, e fin dalla ripresa del campionato, il suo lato fallimentare. Il comunicato del 5 febbraio 1995 non solo bandiva dagli stadi l’uso delle “lame”, ma anche dei bastoni e di altre armi utilizzate per offendere, con un’attenzione particolare alle “vigliaccate”, alle imboscate e a quelle aggressioni spesso lontane dagli stadi.
Ciò che è successo in questi anni, ovvero una lunga serie di episodi in cui altre persone sono state ferite o hanno trovato la morte, ci fa capire che siamo al punto di partenza. Anche l’agguato ai tifosi del Real Club Deportivo de A Coruña dimostra che siamo ancora lontani dallo sconfiggere la violenza degli ultrà e che i codici sono tali solo a parolele e che non potranno mai servire la causa della non violenza.
Chi partecipa alle azioni e agli scontri? Chi è la testa del gruppo e chi il braccio armato dell’azione?
Ciò che è accaduto la sera dell’8 agosto a Genova, nel centro storico genovese, ad opera di un gruppo di un’ottantina di ultrà genoani armati fino ai denti contro una ventina di supporter spagnoli, rientra pienamente in quella che è la mentalità ultrà corrente. Lo abbiamo sopra spiegato più volte e in una pluralità di modi.
Bere liberamente in un pub senza chiedere l’autorizzazione agli ultras locali, oppure appiccicare adesivi in centro città o sventolare la propria sciarpa attiva dei meccanismi di legittimazione tali da consentire agli ultras locali un’aggressione con le armi. L’eccezione che conferma la regola è la seguente: poiché sono state violate le regole di invasione del territorio questa violazione consentirebbe agli ultras genoani di agire “senza regole”, o meglio con le loro regole senza far riferimento ad alcuna “logica ultrà”.
In questo senso si intuisce perfettamente come le regole della mentalità ultrà (incluse quelle del comunicato “Basta lame, basta infami”) siano istituite dagli stessi ultras per essere violate alla prima occasione, legittimando una violazione delle regole dell’altro come il motivo per la legittima vendetta e la ritorsione verso il violatore, nella logica di una spedizione punitiva che legittima tutto e con ogni mezzo.
È evidente che attraverso tale logica nessuna regola ha più “senso”, poiché ogni comportamento di fatto annulla la regola precedente. Così è successo in Genoa-Milan, quando i milanisti legittimavano l’uso dei coltelli verso i genoani (ritenuti infami e traditori per aver aggredito nel 1982 i milanisti e le loro famiglie, come recita un loro noto canto).
Allo stesso modo si contesta agli spagnoli la violazione delle regole ultras (il territorio, le sciarpe, i cori in città) che si traduce in una mancanza di rispetto dei supporter del La Coruña nei confronti dei tifosi genoani, i primi rei di aver appiccicato adesivi e mostrato i loro colori.
Ciò che emerge dalla mentalità ultrà è il continuo tentativo da parte degli ultras di aggirare l’ostacolo istituendo regole ed eccezioni che in apparenza non consentirebbero nulla di scorretto, ma che di fatto finiscono per legittimare ogni azione; anche quella non prevista dal codice comportamentale e addirittura ritenuta come indegna, infame, fatta da persone non meritevoli di essere chiamti ultrà; i finti ultras.
Questo avviene anche attraverso il tentativo ben riuscito della mentalità ultrà di “disumanizzare” l’avversario, renderlo diverso e quindi legittimamente destinatario delle aggressioni più “indegne” (per usare il loro codice), anche se queste violano delle precise regole, a risolvere la contraddizione arriva l’eccezione.
Chi è responsabile di questa violenza? I giovani ultras o i cani sciolti?
Un altro cavallo di battaglia dei “vecchi” ultrà per giustificare comportamenti che non “apparterrebbero” al loro mondo è l’utilizzo di figure retoriche e di capri espiatori; i cosiddetti cani sciolti. Sono coloro che dal momento dello scioglimento di molti gruppi ultras (primi anni 90′) hanno pagato – pur non essendo quasi mai i responsabili – tutte le peggiori azioni a cui gli ultras “veri” non hanno mai voluto assumersi alcuna responsabilità.
Va detto che a “violare le regole” (in realtà non vi è alcuna violazione, ma una stretta applicazione della mentalità ultrà) non sono sempre i cani sciolti o i “giovani”, ma spesso sono i vecchi leader, portatori di vecchie ruggini irrisolte, che rimangono appesi al cordone ombelicale del gruppo nel tentativo di dirigerlo e continuare a forgiarlo secondo la loro “mentalità” influenzando l’operato e la conduzione dei più giovani.
Come nel caso dell’aggressione nel centro storico, va detto che in tutte le aggressioni preordinate agli agguati non presenziano solo ragazzini o cani sciolti: i veri fomentatori (come dimostra il Pubblico Ministero Terrile negli atti processuali dell’omicidio di Spagnolo) sono proprio i veterani, che spesso hanno un ruolo marginale all’interno della dinamica fisica dell’aggressione, ma un ruolo centrale invece nell’incentivazione e nella preparazione del conflitto e del suo coordinamento attivo, guidandolo a “distanza” e tentando di rimanerne fuori in termini di responsabilità legali.
Negli ultimi trent’anni le parole “cani sciolti”, “ragazzini”, “nuove generazioni” (usate per sminuire l’operato di tali attori) sono state invocate più volte dagli ultrà — ma soprattutto dai loro apologisti leader — con lo scopo di non assumersi mai la paternità di azioni disumane che agli occhi del pubblico esterno apparivano come barbare aggressioni.
Da questa ennesima aggressione contro i tifosi del Deportivo si capisce che l’apparente deriva del mondo ultrà non è un incidente di percorso, ma una destinazione precisa, lenta e inesorabile a cui la mentalità ultrà è giunta a pieno compimento, a coronamento di quello che è definito dagli stessi ultrà come l’“ideale ultras”.
Non solo la morte di Vincenzo Spagnolo non ha fermato la violenza, ma anzi, da certi punti di vista, l’azione violenta è diventata ancora più atomizzata dal branco forte di una mentalità ultras che potremmo definire sempre più predatoria e sempre meno ispirata all’ideale “romantico” a cui si rifanno, almeno nel suo ideale utopico, le gang da stadio.
Le immagini brutali di un ragazzo poco più che ventenne in fuga per aver violato i codici dei genoani e costretto a scappare sotto i colpi di bastone insieme a delle ragazze terrorizzate (l’aggressione alle donne è condannata dalla mentalità ultrà) in preda al panico che perdono i loro oggetti dalla borsetta fanno davvero riflettere molto su cosa oggi gli ultrà stessi intendano per mentalità ultrà.
Questo episodio evidenzia come oggi questi agguati siano azioni ben congegnate per umiliare e disumanizzare l’avversario, dando conferma che il rischio di un nuovo omicidio per mano della violenza dei gruppi ultras sia da considerarsi non solo del tutto plausibile, ma un dato certo, considerata la continua escalation in atto e il “dinamismo” della violenza che imperversa settimanalmente nella penisola.
In questo senso l’apologia dei vecchi ultras (intervistati dai media in merito ai fatti di cronaca estremi più cruenti e “incomprensibili”) di trincerarsi dietro l’idea dei “cani sciolti” o di “un gruppo di ragazzini sfuggiti al controllo” appare alquanto improponibile ed è comprensibilmente un modo maldestro di sottrarsi alle proprie responsabilità: dirette quando sono direttamente implicati, indirette quando invece sanno di poter avere l’autorità e l’autorevolezza per fermare questi conflitti tra giovani ultras.
Ciò che oggi vediamo è o non è il vero fenomeno ultras?
Ciò con cui abbiamo a che fare oggi, lo ripetiamo, è realmente il vero fenomeno ultras, la routine che emerge in tutte le curve italiane e che tutte vogliono nascondere, la quale ha impiegato anni per consolidarsi e strutturarsi prendendo le pieghe e forme attuali della società “civile” dei giorni nostri.
Appare evidente che questo fenomeno debba essere contrastato con le più adeguate e innovative strategie di intervento e senza alcun indugio, indipendentemente dall’orientamento diversi schieramenti politici.
L’attuazione di tutto il decalogo antiviolenza — le 10 Regole per fare il Tifo (da noi redatte nel lontano 2003) — deve trovare al più presto un utilizzo completo e concreto già nel campionato 2026-2027.
Appare inoltre fondamentale l’aiuto dei vecchi ultras — coloro che sono ancora dentro questo mondo e ne hanno individuato la pericolosità — per approcciare le nuove generazioni, convincendole che l’amore verso la squadra non coincide con l’odio verso gli altri gruppi ultras.
Come sono composte le falangi d’assalto dei gruppi ultras?
Dai nostri studi emerge che in qualsiasi azione violenta in cui sono coinvolti i gruppi ultras, il ventaglio degli aggressori è composto sempre dalla stessa struttura di banda:
- Dai leader e veterani (cinquantenni e oltre), che possono accompagnare in modo corale l’azione e coordinarla dall’esterno attraverso i più comuni canali comunicativi.
- Dalla nuova guardia, che opera in modo diretto (minori e ventenni).
- Dalla media guardia, quest’ultima composta da trentenni-quarantenni che occupano le prime file, mentre i più giovani sono spesso meno impattanti ma più motivati all’azione.
Leader e veterani hanno una presenza più a latere, che può configurarsi sia in testa nel nucleo dello scontro, ma molto più spesso è ubicata nella catena diretta di comando all’inizio dell’azione e talvolta alla fine (in questo caso come se volessero fare da pacieri, ma il loro ruolo è quello di verificare il “buon” esito dell’azione).
Da una parte la vecchia guardia sovrintende l’azione pianificando con la media guardia, e dall’altra la parte più operativa, la nuova guardia — i giovani del gruppo —, esegue l’azione senza pensare troppo alle conseguenze (spesso sono loro ad eseguire le incursioni più estreme come gli accoltellamenti), desiderando anzi una diffida per poter trovare un posto di prestigio nel gruppo e farsi un nome in gradinata per mezzo del circuito della “notorietà”.
È possibile sconfiggere la violenza negli stadi?
I vicoli di Genova hanno vissuto una “spedizione punitiva” basata sulla stessa logica di Genoa-Milan del 1995, organizzata con logiche paramilitari e irrispettosa di ogni valore della vita humana.
Una massa soverchiante di ultrà ha teso un agguato a una ventina di supporter del Deportivo La Coruña. L’uso di spranghe, bastoni e caschi estratti da un furgone in piazza San Giorgio segna il ritorno a una violenza armata che ignora lo spirito del 1995 (da cui molti ultrà hanno tratto insegnamento lasciando i rispettivi gruppi e da cui oggi ogni tifoso italiano dovrebbe prendere le distanze per non rendersi complice di questa assurda violenza).
Questa aggressione rivela per l’ennesima volta una distorsione del concetto di sportività, confuso con quello di “territorialità”, in cui la risposta a uno “sgarro” veniale — come l’aver appiccicato adesivi ed esposto bandiere biancoblù in zone come piazza delle Erbe e via San Bernardo, considerate “territorio” dei genoani — è stata una violenza a somma zero che non ha a che fare con gli ultras, ma con la delinquenza comune stradale.
Oggi la violenza ultras è infatti sempre più simile alla violenza delle gang di strada; come possiamo vedere dai fatti di cronaca, stadio e strada si incrociano spesso perdendo i confini. Eh già, perché il territorio degli ultras (diversamente da quello delle gadegli ng) è ovunque: ovunque essi possano calpestarlo e combattere per conquistarlo (o mantenerlo).
Gli ultrà che si erigono pubblicamente a paladini a difesa del proprio team calcistico, accentrando la gestione del tifo e dei colori, amano davvero, come dicono, la loro squadra del cuore? La risposta è no! I veri amanti della propria squadra di calcio non sono mai stati gli ultrà, ma i tifosi: sia quelli semplici che vanno allo stadio senza un vero e proprio coordinamento e fanno il tifo da soli (unendosi spontaneamente agli altri tifosi come nel modello inglese), sia i tifosi organizzati che preparano attivamente coreografie, organizzano le trasferte e seguono la propria squadra senza mai avere un tornaconto personale (interessi economici).
Nota editoriale: Il presente testo ha carattere esclusivamente divulgativo e non costituisce un articolo scientifico da rivista sociologica. L’articolo rappresenta una sintesi e rielaborazione del saggio sociologico “Diari di una domenica ultrà” (FrancoAngeli, 2000). Per un approfondimento completo e metodologico dei contenuti qui trattati, si rimanda alla lettura integrale del volume.